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Episodio Zero2018-11-04T23:15:55+00:00

Voci di Andor – Episodio Zero

Kardak, base U171 – ventunesimo  giorno del decimo mese

La luce del sole da dorata sta virando verso il vermiglio.

Ci sono Periferi indaffarati attorno ai quattro carri, qualcuno che carica i propri -pochi- effetti personali, altri che si prodigano per ricoprire l’intelaiatura di stoffa scura, per farli passare inosservati. Qualcun altro arriva, accompagnato da Isao, portando tre cavalli, trafugati da quelle che potevano essere stalle della “Base U171”, di Kardak.

Persone che parlottano per decidere come organizzare il viaggio. Non sarà breve, durerà…senza imprevisti? Un paio di settimane. Quindici giorni completamente allo scoperto, senza Locande in cui fermarsi.

“Posso occuparmi della protezione dei carri, di solito i problemi li affronto di punta” dice Nalah furia del Sole, muovendo le scimi come a sottolineare il concetto appena espresso, con un ghigno.

Si offrono altri due volontari a cavalcare i poderosi figli di Gea, e andare in esplorazione poco avanti ai carri.

Mikael sta finendo di affilare alcune armi, seduto su di un piccolo masso, ed il suo occhio critico si posa sul pozzo. “Mah, è strano, è ancora completamente secco… Siamo sicuri che abbia funzionato?”

La domanda cade nel vuoto. Sono pronti a partire.

I carri iniziano a muoversi mentre combattenti ed esploratori montano a cavallo.

In lontananza, si sente il rumore della radio che suona, e nessuno risponde.

Güneş, una delle case ricostruite – Ciclo 1345, inizio del nono mese

“Calma il tuo animo focoso, Hine. Sei uno scorpione, non un’aquila. Ti ho detto che lo recupereremo e così avverrà, ma non possiamo farlo affrontando gli sgherri della Cittadella di petto.” 

“Tua sorella Aranya è saggia, io posso aiutarvi a procacciarvi armi, composti e pozioni d’emergenza. La vera domanda è: come li recuperiamo gli Estranei?”

Hine sbuffa “Imboscate?”

Un rumore di una mappa che si srotola.

“So che c’è una base a Kardak, proprio qui, sotto Shenzhou, oltre i Picchi Sibillini, relativamente vicino ai Monti Aspri. Un informatore mi ha detto che ha visto prendere quella rotta dopo l’ultimo rapimento ad Hiragi.”

Segue un momento di silenzio.

Un movimento improvviso e qualcuno tappa la bocca alla curiosona che si era appostata sotto la finestra. Una stilla di sangue cola dal graffio che procura la lama furenter. Un’adolescente dagli occhi grandi e vispi viene bloccata da Aranya che si è mossa silenziosa, prendendo alla sprovvista la ragazza.

“Ti è cara la vita? Perché se lo è, ti conviene annuire lentamente, mentre io allontano dalla tua gola il mio pugnale. Adesso ti dirigi dentro, senza emettere un fiato.”

La giovane Exit annuisce lentamente. Cammina come se procedesse su un lago di uova, senza fare rumore. Viene fatta sedere per terra, attorno ad un basso tavolino su cui è nuovamente arrotolata una pergamena di canapa. All’interno c’è un Natus con un abito dalla foggia ricca, verde speranza, e una Furenter dal capello corto, una protezione di metallo e lo sguardo duro, nonostante i lineamenti morbidi.

Colei che la segue ha gli occhi color nocciola, il passo spedito, un piglio scattante.

Le lega i polsi e la fa sedere.

“Dunque, abbiamo una spiona. Ti do mezza clessidra di tempo, di quelle piccole. Chi sei e perché stavi ascoltando. Sei brava a non farti sentire, ma non abbastanza per una Arahuta.”

L’exit suda freddo un momento. “Mi chiamo Bulut la Vispa, sono di Reibah. Ho saputo dell’incendio ad Hiragi, che hanno rapito degli Estranei, e ho pensato di recarmi qui per capire se c’era qualche informazione in più senza recarmi alla Locanda, dato che l’argomento mi interessa particolarmente.” Indica il suo zigomo dove è presente il Simbolo. Bulut guarda intensamente Aranya. “Tu non sei Estranea, vero?”

Aranya lascia lo spazio ad un lieve stupore, per qualche attimo di secondo, per poi avvicinare il suo volto a quello della Exit. “Cosa te lo fa pensare?”

Bulut sorride “E’ come una sensazione. Se sono molto vicina ad un Estraneo sento un’affinità, che con te non sento. Sbaglio, forse?”

La Furenter socchiude gli occhi, pensierosa. “Bulut, ci potresti essere utile. Abbiamo bisogno di capire quanti Estranei sono ancora liberi, e probabilmente adesso molti cercheranno di nascondersi, o di nascondere il simbolo. Ti posso proporre di lasciarti salva la vita in cambio di una collaborazione.”

La Exit sospira. “Non credo di avere molte possibilità, ma vorrei dirvi solo che vi stavo origliando perché una Muntakh che conosco è sparita da quasi un intero ciclo. Azra l’Inflessibile. Si è offerta al posto mio lo scorso autunno, quando le Maschere sono venute a Reibah per degli scambi . Doveva tornare dopo una stagione, ma non si è più vista.”

Isao si sporge in avanti “Questa storia va avanti da un ciclo, dunque?”

Bulut annuisce “Sì, ma in quell’occasione le Maschere Metalliche non hanno usato la forza. Solo persuasione.”

Aranya slega la ragazza “Sappi che se stai facendo il doppio gioco, ti troverò ovunque tu sarai, e non sarà una vita semplice.”

Bulut la Vispa scrolla le spalle. “Al momento le alternative non sono rosee, per cui contatemi pure. Cosa devo fare?”

Hine sbuffa “Certo che sarai anche Vispa… devi aiutarci a trovare gli altri Estranei.”

Hiragi, Locanda di Mezzavia – Ciclo 1345, primo giorno dell’ottavo mese

Rao sta calando sulla Kuni di Hiragi, i viaggiatori si dirigono alla Locanda per rifocillarsi al coperto e prendere posto nelle amache. C’è chi sta terminando le contrattazioni, sfruttando gli ultimi attimi di luce.

“E’ il miglior prezzo che ti posso fare guarda, è lo stesso prezzo che farei a mio fratello. Meglio di così, davvero, non si può!”

“Che faresti lo stesso prezzo a tuo fratello non ho dubbi, Isao! E va bene, va bene, mi hai preso per sfinimento, la chiudiamo così…”

“Sapevo che sei dotato di una certa intelligenza! Vedrai, non te ne pentirai. Adesso andiamo alla Locanda a bere un po’ di Mitsu e poi… ma che diamine sta succedendo!?”

Un rumore di scoppio, delle fiamme si levano dalla parte opposta della Kuni, creando subito un sacco di fumo. Voci concitate, persone che corrono dalla locanda e dalle abitazioni ai vari pozzi. Improvvisamente il villaggio diventa un formicaio impazzito.

Ad un certo punto, grida di terrore.

Scoppia un altro incendio in un altro punto della Kuni, e in mezzo a quel fumo…le Maschere Metalliche.

Gli archibugi spianati, puntati verso di loro mentre prendono persone apparentemente a caso tra la folla; i Furenter che ci sono si organizzano e cercano di ingaggiarli, ma diversamente da altre volte le Maschere non intimano e basta. Sparano, con quei loro strani fucili; chi viene colpito viene sbalzato ferocemente all’indietro, in una pozza di sangue. I Prana accorrono, cercando di prestare soccorso ai caduti, mentre i pochi combattenti rimasti tentano in tutti i modi di intralciare la Cittadella, che diversamente dal solito è spietata e focalizzata.

Sono molti.

Non si fermano.

E così, come tutto è cominciato, finisce.

Le Maschere Metalliche se ne sono andate, portando via con sé una decina di persone. Ci sono Upoko e Ienaga che cercano di comprendere chi sia stato rapito, e perché. Volti sporchi di fumo rigati di lacrime, persone accasciate sul suolo acciottolato stringono un pezzo di stoffa, un ricordo rubato al caro portato via.

Isao impietrito, guarda la scena, incapace di reagire. Come se fosse in un sogno, tinto dei colori del fuoco, sente una voce in lontananza:

“Hanno portato via solo Estranei!”

Reibah, Yagmur – Ciclo 1344, decimo mese

“Arrivano! Arrivano!”

Una ragazzina dalle lunghe trecce more stava piombando verso la base della postazione di vedetta su cui era appollaiata, i ganghlia che fremevano per il lungo salto, indicando dove atterrare agevolmente.

Bulut la Vispa usò una liana per stemperare la corsa e portarsi verso la palafitta dei Kumandan.

“Kumandan, arrivano!”

Una exit dall’aspetto imponente uscì dalla soglia della palafitta, a cui era appeso lo stendardo di Reibah, aggrottando la fronte:

“Bulut, quanto chiasso… arrivano CHI?”

La giovane exit riprese fiato e si sfregò la mano destra, ancora segnata dalla corsa sulla liana:

“Kumandan Onem, le Maschere Metalliche!”

La voce di Bulut la Vispa fremeva di eccitazione e curiosità, gli occhi accesi e mobili sembravano non trovare pace, mentre il donnone che aveva di fronte cambiò improvvisamente espressione, passando per lo stupore fino ad esporre un ghigno.

“Oh, che gran giorno questo! Presto Bulut, vai a cercare il Kumandan Efe, oggi faremo affari!”

Bulut la Vispa non se lo fece ripetere due volte, ma prima di andarsene porse la mano verso Onem la Furba, con un sorrisetto. Onem sorrise compiaciuta, porgendole un tagi.

“Adesso, va!”

La ragazzina sparì, arrampicandosi con maestria tra liane e alberi, sfruttando tutti gli appigli, mentre si faceva sempre più chiaro il rumore dei passi della Maschere Metalliche.

Erano dentro la palafitta dei Kumandan da molto tempo ormai, il sole si stava abbassando e Bulut cominciò ad essere preoccupata, doveva rientrare prima che facesse notte. Ma voleva continuare ad origliare, così avrebbe potuto vendere quelle informazioni. Si sistemò meglio, sotto la finestra, cercando di non fare scricchiolare il bamboo di cui la casa era fatta.

“… le merci che ci avete portato sono sicuramente di ottima fattura, quindi possiamo considerare il nostro affare concluso. Vi abbiamo fornito di rottami ed Haido ben oltre il valore…”

Un rumore secco, come di ferro che incontra il legno. Di nuovo quella voce strana, quasi cantilenante.

“Non ancora, c’è qualcosa che vorremmo proporvi. Uno scambio… di conoscenze. Una grande occasione. Qualcuno del vostro Koy, un Estraneo ad esempio, potrebbe venire con noi per visitare la Cittadella, fino alla prossima stagione.”

La voce si interrompe, un lungo silenzio segue. Bulut può quasi percepire il ragionamento frenetico che stanno facendo i due Kumandan, soppesando rischi e benefici.

“E sia, vi porteremo un volontario. Attendete qui.” È la voce di Efe lo Scrupoloso, ma il tono non è allegro.

Bulut si sposta dietro la palafitta, per non essere vista, ma rimane sebbene il tramonto lasci spazio al crepuscolo. Vede tornare dopo poco il Kumandan accompagnato da una figura che non riesce a riconoscere, perché ha il cappuccio calato sul volto. Li vede entrare, sente il rumore delle panche che si smuovono, e vede uscire le tre Maschere Metalliche assieme all’exit allontanarsi velocemente.

Bulut la Vispa decide di sostare ancora un momento, prima di andarsene, e la sua pazienza viene ripagata:

“Onem, non sono sicuro che abbiamo fatto la scelta giusta…” Segue un sospiro pesante.

“Non piace nemmeno a me questa storia, ma per il momento dobbiamo tenerceli buoni. E poi, Azra l’Inflessibile era in visita e si è offerta al posto di Bulut. Se manterranno la parola data, la Muntakh tornerà con un sacco di informazioni in più sulla Cittadella, era un’occasione imperdibile.”

“Speriamo che sia come dici tu Onem, speriamo che sia come dici tu.”

Le luci si spengono dentro la palafitta.

Bulut balza da una costruzione all’altra per raggiungere velocemente la propria, si stende sul pagliericcio, stringe il proprio Tanri, incapace di dormire. La pietra lunare che ha accanto al letto le illumina fiocamente il volto, sul cui zigomo sinistro ha impresso il simbolo dell’Estraneo.

Domani, domani andrà alla Locanda a cercare di vendere questa informazione.

Potrà farne un bel sacchetto di Tagi, e forse un Haido…

Lasheeta, Shenzhou – nono mese del 1345

“Ti lascio queste poche parole, piccola Momoko.

Per noi eri solo la nonnina. La nostra adorata Ienaga.

Sono tornato di corsa da Koganei, dal mio viaggio coraggioso. Sono stato bene, non ho corso pericoli che debbano essere raccontati. Mi sono sentito parte di qualcosa di bello e di più grande, per la prima volta.

E poi…tornare a casa è stato pesante, quando mi hanno detto di te.

Ora posso chiudere gli occhi e sento ancora l’odore della tua deliziosa Mame ka Supu, che preparavi per tutti, regalando a ciascuno di noi un sorriso dolce e qualche piccolo rimprovero. Quella zuppa odorava di casa e di famiglia, e nessuno saprà prepararla come te. Non era solo questione di ingredienti, cara piccola Momoko.

Questa sera ti stiamo festeggiando, tutti intorno all’albero sacro. Sorrisi, qualche rimpianto, e sottili lacrime.

Ho preparato questo rezumpai per te, anche se lo sai che non sono un bravo cuoco. Ho provato a metterci lo stesso amore che tu donavi a noi in ogni tuo gesto quotidiano. Non so se ci sono riuscito.

Ise ora sta cantando la tua canzone preferita, quella del grano maturo e del contadino triste. Le nuvole se ne sono andate e la luna è quasi piena.

Tutto sembra lento e sereno e le stelle arrivano a salutarti, regalandoti nuovi sorrisi.

La vita domani andrà avanti, cercheremo di non dimenticarti mai, Nonnina.

Tu ora sei nel Furan, con il tuo vestito colorato, a cucinare per tutta la nostra famiglia, che negli anni lì si è raccolta.

Se puoi, ogni tanto, degnami di uno sguardo. Io continuerò a cercarti in casa, quando le ombre incontrano il sole. In quel momento mi sembrerà di rivederti, dolce guida silenziosa, accanto a me.”

YAGMUR, Maktaba – Ciclo 1345, quinto mese

Ad ogni ciclo quel giorno Maktaba si riempiva di voci, di colori. Si potevano sentire i Muntakh scambiare saluti con i propri compaesani, mentre giovani Exit entusiasti si aggiravano per le palafitte affollate. Coppie di Bakim e Tirmek riempivano il villaggio e con le famiglie condividevano un momento di tranquillità, mentre i Kumandan si riunivano per discutere di questioni riguardanti tutta la comunità. Si potevano inoltre vedere esposte quasi ovunque merci rare e di ogni tipo: dai più comuni çatal, poi stoffe e vix, armi, erbe e medicamenti, fino ad arrivare a preziosi cristalli e Haido.

C’erano kuru per tutti, una prelibatezza riservata per l’occasione, e si brindava con la Gemma liquida per ogni transazione commerciale andata a buon fine, o per salutare vecchi amici. I migliori Shakàl avevano fatto a gara per decorare il grande Koy, e le strutture di legno delle palafitte erano decorate con splendidi intagli e sculture lignee dei Tanri: un giaguaro sembrava balzare sugli Exit di passaggio, mentre il colibrì emergeva con straordinaria leggerezza dall’incavo del legno.  

Questa era la festa di Bulmàca, come ogni ciclo.

Verso il tardo pomeriggio la palafitta degli incontri era ghermita di Exit, uno degli eventi più attesi, finalmente: la gara di enigmi.

Gli zeki di Manara e Namur erano due Exit giovani e innervositi dalla folla: Deniz l’Astuto e Yacup il Lesto. Il rappresentante per la gara di Reibah, ora Muntakh, era il vincitore della sfida del ciclo scorso ed era lì per riconfermare i suoi primati. Sevilen il Sicuro, nome molto azzeccato. Per Maktaba invece partecipava curiosamente una zeki molto giovane: Aygun la Saggia.

I quattro Exit si posero al centro della palafitta, e il Muntakh anziano, dopo una breve introduzione di saluto, iniziò con il primo quesito:

“Nella cupa notte vola un’ombra iridescente
Sale, spiega le ali, sulla nera, infinita foresta
Tutti la invocano, tutti la implorano,
Ma l’ombra sparisce con l’aurora per rinascere nel cuore
Ed ogni giorno nasce, ed ogni giorno muore.”

Prima che l’ultima frase fosse conclusa, una voce acuta si levò “La Speranza!”.
L’Exit più giovane aveva già risposto.

L’anziano Muntakh sogghignò all’espressione di sorpresa del campione in carica, Sevilen.

Sarebbe stata una bella sfida.

TÍR NAN, Fìr – Ciclo 1345, terzo mese

L’hanno vista arrivare nel Cinnidh di Fir al calare della notte.

Era una boghad, una maestra con l’arco, si poteva notare dall’ottima fattura dell’arma finemente intagliata che ora trascinava a terra. Aveva esaurito tutte le frecce. La tunica bianca era ormai quasi completamente imbrattata di sangue all’altezza della vita, e macchiata di fango in più punti. Camminava a fatica, trascinandosi piegata fino al limitare del villaggio, dove le guardie l’hanno soccorsa mentre si accasciava a terra.


“Erano pochi, ma ben armati. Io e il mio Gawain eravamo vicini al Bosco Ceth, poco a nord dei Picchi Sibillini. Dovevano aver lasciato Ali di Ferro parecchio lontano, perché non c’erano radure in zona. Le maschere metalliche.. coi fucili. Nel
nostro bosco. Stavano calpestando la nostra terra. Si sono mossi in direzione del Cinnidh… eravamo soli. Non potevamo chiamare aiuto, non c’era tempo. Così.. li abbiamo attaccati.”


Si era interrotta perché un fiotto di sangue era uscito dall’ampia ferita dello stomaco. Intanto erano arrivati i Prana, m
a anche da distesa continuava a parlare, un fiume in piena di parole affrettate, che sgorgavano come il fluido vitale che la stava abbandonando.

“Eravamo soli, ma non ci avevano visto.. i primi due erano morti ancora prima che toccassero terra. Gawain ed io li abbiamo colpiti nello stesso istante, come un unico respiro. Gli altri non hanno capito subito.. ne ho abbattuto un altro ma poi.. mi hanno visto. Erano ancora molti. Stavano arrivando altri due su di me e ho tirato fuori il pugnale quando…”

Un’altra interruzione. Il sangue non smetteva di scorrere. Il volto era diventato più grigio, la voce ridotta ad un sussurro. Il Prana compiva precisi gesti davanti a sé richiamando le sue conoscenze. La fronte aggrottata e la concitazione del guaritore non prometteva niente di buono.


“… Gawain. Il mio Gawain si è gettato come una furia su di loro. Un altro è caduto.. il secondo ha reagito subito.. e altri due lo stavano per raggiungere. “Scappa, Caillean, forza!”. Ma lo sapeva, che non l’avrei mai fatto. Così.. “

Il resto delle parole si era perso in un fiotto copioso che usciva dalla bocca.

“.. Gawain.. è finita. Alzati.. ti prego. É finita.. Ora vado a chiamare aiuto. Il mio Gawain.. devo raggiungerlo.. salvarlo.. devo…”


Stava ancora sussurrando il suo nome quando si è spenta…

Pyhakko, Aeland – Ciclo 1345, ottavo mese
“Del rito del Dono”

Davvero dici?

Certo! Potrei mai mentire su una cosa del genere? Mi conosci ormai da troppi cicli per poter anche solo dubitare di quello che ti ho detto!

Sì…è vero…hai ragione ma…è davvero incredibile! A mia memoria ne avevo sentita solo un’altra di storie simili!

Beh la mia non l’hai ancora sentita però…magari è la stessa…

Certo che tu sei bravo a raccontare storie, ma anche a tenere in sospeso ed accentuare la curiosità altrui devo dire che sei bravissimo! Forza, racconta, dai!

Va bene, ma tu prima riempi quella coppa col tuo famoso Afengi!

Certo certo, tu siedi e comincia, alla tua coppa ci penso io.

Questa storia risale a circa una cinquantina di cicli fa quando, nella Yhteisö di Pyhakko vivevano due dei più bravi mastri intagliatori che il nostro popolo abbia mai avuto, Rikva e Tulekka. Il primo era un uomo di corporatura media, abbastanza schivo, sapeva e faceva spesso vanto delle sue capacità di abile artigiano. Tulekka invece era una donna minuta di neanche bell’aspetto, ma aveva due mani davvero meravigliose, e non pensare subito male eh?

Dicevo…aveva dita talmente affusolate che riusciva a creare degli intarsi nel legno dai dettagli incantevoli…si diceva che era in grado di intagliare gli aghi dell’Hlutfall…

Si vabbeh, adesso non esagerare però!

Riempi questa coppa a stai un po’ zitto o smetto!

No no, continua che mi hai incuriosito!

Come sai, le voci si spargono in fretta e ben presto l’uno venne a conoscenza dell’esistenza dell’altra. Prima un po’ per gioco, poi per onorevole sfida, cominciarono a mettersi in competizione tra loro per chi fosse il migliore.

Successe un giorno che Tulekka ebbe un lutto e, come consuetudine, avrebbe dovuto intagliarne il Vartija in ricordo, così fece ma lo intagliò talmente bene che a vederlo da lontano sembrava vivo, aveva dei dettagli mai visti, aveva inciso persino i peli della barba del povero nonno!

Puoi ben capire quanto questa notizia fece scalpore, ben più del dispiacere per la morte di un membro della comunità.

Rikva non prese bene questa notizia, del Vartija intendo, e volle andare a vedere di persona quel tanto decantato capolavoro artigianale. Chi vide la scena disse che il povero Rikva rimase impietrito a mandibola spalancata per circa una clessidra di tempo, dopodichè si scosse e col suo fare così simpaticamente borioso apostrofò il lavoro della rivale come “cosa da principianti”, allontanandosi promettendo ad alta voce che le avrebbe fatto vedere di cosa lui fosse capace.

Tra le tante storie che i suoi clienti gli raccontavano nell’attesa che lui terminasse i lavori, una gli tornò alla mente, narrava di una specie di alberi, i Ruusupuu, dal quale legno fosse stato prelevato, dopo un meraviglioso rito del dono, un ramo che divenne il famoso Sampo di Vainamoinen. Quale migliore occasione di questa per ricreare un oggetto la cui storia è entrata di diritto nell’Aela.

Intraprese quindi il viaggio che l’avrebbe portato alla vittoria sulla sua rivale.

Prese con sé tutto l’occorrente per celebrare il rito, miele, frutta in quantità abbondanti e si avviò. Dopo diversi giorni di viaggio e ricerca infruttuosa, vide, dall’alto di una rupe, una piccola valle incastrata tra due costoni di roccia, c’era vegetazione all’interno e un piccolo laghetto. Con non poca fatica la raggiunse, il laghetto era formato da una sorgente sotterranea e tutto attorno crescevano alberi che lui non aveva mai visto, corteccia del colore delle foglie in autunno, foglie composite di un verde chiarissimo. Pensò che dovesse essere quello.

Era giorno e avrebbe avuto tutto il tempo per compiere il rito e tornare a rifugiarsi in una comunità poco distante prima che il sole tramontasse.

Approntò tutto come da tradizione e cominciò il rito, parlò molto, chiedendo la benedizione di Gea affinchè gli permettesse di ottenere una porzione di quel legno, poi terminò e restò in attesa.

Già…restò in attesa, e attese ancora, e ancora…il giorno ormai era tardo ma l’offerta era sempre lì dove l’aveva messa. Un po’ contrariato decise comunque di lasciare tutto così e recarsi in un posto sicuro per la notte, per poi ritornare la mattina seguente. Magari Gea aveva altro a cui pensare e l’avrebbe ascoltato a tempo debito.

La mattina successiva ritornò con animo rinnovato, animo che ben presto prese un brutto colpo nel vedere che nulla era cambiato. Si inginocchiò di nuovo e ripeté il rito ma nulla cambiò fino al tardo pomeriggio.

Questo andare e tornare durò ben cinque giorni, durante i quali la sua pazienza andava sempre più verso il sottile. Non poteva tornare a casa senza quel legno e non capiva il perché il rito non avesse successo. Per quale motivo Gea non dovrebbe ascoltarlo, proprio lui che la sua abilità dava lustro al legno che tanto le era caro, che gli ridava vita, avrebbe dovuto solo che ringraziarlo! E invece lo stava ignorando.

Il sesto giorno prese la fatidica decisione!

L’offerta era lì, Gea l’avrebbe presa, ma lui non aveva tempo di aspettare….spezzò un ramo dall’albero, posò la statuetta di Kodama e se ne andò.

Ritornato alla sua grotta, ci si chiuse dentro e cominciò a intagliare quel legno.

Quando dopo una settimana la sua bottega era ancora chiusa, la gente cominciò ad insospettirsi, la aprirono e videro grosse radici sbucare dal terreno che avvinghiavano, seduta su una semplice sedia di legno, una bellissima statua color delle foglie di autunno raffigurante Rikva intento ad intagliare un pezzo di legno….in un certo senso era riuscito a creare la sua opera migliore anche se non ebbe mai modo di vantarsene…

Koraka, tribù di Tane – Ciclo 1345, settimo mese

Ho deciso di raccogliere su carta questi ricordi sparsi, oggi che sono degno di essere un Leone del Sole e che comincio la mia vita adulta nella tribù…non smetterò mai di scrivere, perché nulla potrà cancellare le mie memorie. Spero esse saranno utili a chi verrà dopo di me.

Terzo giorno del sesto mese, ciclo 1345

Sudore, lacrime. Gola secca, sole a picco.
Siamo al terzo giorno del Rituale Luminoso. Mi sforzo di tenere gli occhi aperti.
La mente però viaggia.
Desiderio di una nuku succulenta e fresca.
Chiudo gli occhi per un attimo…il calore estremo porta sonnolenza.
Penso alla forgia del nonno, ai suoi consigli, al suo viso severo ma giusto. Non è tempo di cedere.


Quinto giorno del sesto mese, ciclo 1345

Deglutisco il nulla.
Resisto e mi godo il panorama del Picco Watu. Le nuvole nel cielo sono gonfie di pioggia…forse è solo un mio desiderio.
Penso che alla fine mi meriterò un nuovo tatuaggio, finalmente un fiero Leone.

…Datemi un Koe alla menta! Non ce la faccio più….

Ho deciso di apprendere l’arte dell’uso della Tika di mio padre. Sarà fiero di me. Non esiste nulla di impossibile se la volontà rimane forte.

…incombe la notte, il Tuhinga mi slega. Sono ancora qui. Fiero e presente.


Decimo giorno del sesto mese, ciclo 1345

La luce della lanterna è fioca ma resiste.
Tenebre dopo la luce, qui nella miniera Lomu.
Siamo partiti in sette…sono sicuro siano tutti vivi, ma, pian piano, ci siamo persi nei dedali di questo labirinto che scende e sprofonda sempre di più.
Ho raccolto una bella pietra, sembra luccicare di un giallo tendente all’oro. La Leonessa dei Tane mi sorride. Zalika, la mia Hapu sarà fiera di me.

…l’ambizione mi porta a scendere ancora di più, ma l’aria comincia a mancare. Devo fermarmi e tornare indietro ma le forze mi mancano, così, all’improvviso.
Cado a terra, sto per perdere conoscenza… la pietra preziosa mi cade dalla mano.
Vorrei piangere, se ne avessi le forze.


Undicesimo giorno del sesto mese, ciclo 1345

Striscio verso l’uscita…vedo la luce del giorno, finalmente.
Ore lunghissime, eterne. Il pensiero del mio clan, che ha sempre creduto in me, mi ha fatto rialzare, ogni volta.
Non importa se andiamo a terra, l’onore di un Furenter sta nel tornare sempre in piedi.
Il rituale Oscuro così si è concluso.

Ora sono un vero uomo.”

Güneş, tra Shenzhou e Koraka – Ciclo 1345, terzo mese

Il sole era già altro mentre la carovana si avvicinava al villaggio Güneş, un piccolo avamposto sulla parte nord del confine tra Shenzou e Koraka. Il capo di quella comitiva, un Natus allegro a pacioso, stava chiacchierando con la sua guardia del corpo, un furenter dall’aspetto massiccio e dallo sguardo attento. Il tutto sembrava più un monologo che una vera discussione tra i due:

“Vedrai Rongo che arrivati in questo villaggio ci potremo riposare come si deve e fare ottimi affari. Non si direbbe mai visto quanto piccolo è questo posto, ma il fatto di trovarsi quasi al crocevia tra Shenzou, Koraka e Yagmur fa si che ci si possa trovare di tutto, merci proveniente da ogni dove, e sai chi è veramente un bravo mercante? Chi sa procurare merci rare da posti lontani alle persone che sono disposte a pagare un bel sacchetto di tagi per averle. Io modestamente sono il migliore in questo. E poi c’è quella locandiera, produce quel Mitsu particolare che va sempre a ruba e non ha mai voluto darmi la ricetta, ma sono sicuro che questa volta…”

Rongo interruppe bruscamente il monologo del Natus, indicando i rivoli di fumo che si levavano dalla direzione del villaggio: “Non farai grandi affari questa volta Isao, ho timore ci siano stati dei problemi.”

No, la cosa non era decisamente un buon segno, Isao iniziò a farsi vari segni di scongiuro mentre si avvicinavano al confine del villaggio.

Sembrava come tutto fosse stato dato alle fiamme, del gioioso villaggio che ricordava Isao non rimaneva più nulla, né le mamme indaffarate, né le risate gioiose dei bambini che correvano in giro per le viuzze irregolari tra le case.

Rongo si diresse verso il centro del villaggio mentre Isao rimaneva presso la carovana, non avrebbe di certo rischiato di avanzare in un posto del genere. Mentre stava aspettando però notò qualcosa caduto ai margini del villaggio, un libro che si era salvato dalle fiamme. La curiosità prese il sopravvento sulla paura.

Ciclo 1343, Decimo Mese
Come osano, mi hanno relegato in questa minuscola casa fuori dal villaggio per le loro stupide superstizioni e paure. ‘Ma sì non è che abbiamo paura, però sai è sempre meglio stare tranquilli’, ‘La tua costellazione è un po’ troppo violenta, e il nostro villaggio è decisamente infiammabile’, ‘Dai Danjuro, non è che ti succeda nulla, sei praticamente attaccato al villaggio stai tranquillo!’. Ma gli farò cambiare idea io, vedranno!

Ciclo 1344, Secondo Mese
Ho trovato una fonte veramente forte di energia poco dentro la foresta, nessuno sa che esiste, quei poveri codardi non hanno mai avuto nemmeno il coraggio di addentrarsi per così poco. Questo sarà molto utile per le mie ricerche, penso di aver finalmente trovato un senso all’interazione tra il linguaggio del pianeta e le costellazioni. Non riesco ancora a capire perché interagiscono in questo modo ma non è un qualcosa che mi interessi al momento.

Ciclo 1344, Terzo Mese
E’ sicuramente un dono di Gea, come ricompensa per tutto quello che mi è stato fatto! E’ passato un mese e l’energia della fonte non sembra diminuire. Dai racconti e dalle storie che avevo sentito, tali concentrazioni di potere durano solo qualche giorno prima di disperdersi o indebolirsi, ma questa sta rimanendo forte e attiva! Certo devo stare attento, l’altro giorno ho rischiato grosso mentre la sfruttavo per sperimentare, ma non posso fare altrimenti, senza di essa non avrei abbastanza forza per aumentare il mio controllo sulle costellazioni.

Ciclo 1344, Sesto Mese
Sto usando ogni momento della giornata per lo studio. Passo più tempo possibile alla fonte quando voglio sperimentare, sono riuscito a potenziare la mia capacità di controllo de “Il Fiume”, ora ho meno problemi a incanalarne l’energia e i risultati sembrano più forti. Ma più scopro cose nuove, più sento che c’è ancora tantissimo da esplorare, non ho mai sentito di Manipolatori che sono arrivati a quello che ho scoperto finora. Avere una fonte sempre a mia disposizione mi permette di sperimentare a una velocità inimmaginabile per altri, ma quello è solo il passo finale, il resto che serve è così palese, basta solo trovare la giusta s… [il testo è bruciato in questo punto].

Ciclo 1344, Decimo Mese
Oggi ho parlato con un Druida di passaggio, grazie al suo aiuto e alle sue conoscenze ho scoperto il significato di un paio simboli del pianeta che non riuscivo proprio a capire. Sento di essere sempre più vicino a carpire la piena forza de “Il fiume”, ormai è la costellazione in cui mi sono focalizzato pienamente in questi lunghi mesi di solitudine, il suo potere è così dirompente.

Ciclo 1345, Terzo Mese
Ci ho messo poco più di un ciclo completo, utilizzando ogni mia singola energia e ogni singolo momento, ma ce l’ho fatta. Mai avrei pensato si potesse incanalare così tanto potere, e ora inizio a capire come e perché le stelle influiscono sull’energia di Andor… ma nulla di questo è importante. Adesso tocca a loro, si pentiranno di tutto.

Rongo era ormai arrivato al centro di Güneş, la devastazione era totale, cosa mai avrebbe potuto provocare tutto questo?

Si bloccò quando vide nella piazza una figura in piedi, ferma immobile. Attese un attimo, aspettando qualche movimento, ma questa non accennò  alcunchè. Con passo cauto Rongo arrivò alle spalle della figura, ma nel momento in cui le toccò la spalla per farla girare, essa si sgretolò completamente in cenere.

In quell’istante sentì un pianto arrivare da una delle rovine delle case a lato della piazza e si diresse verso quel suono. Quì vi trovò un Natus, avrà avuto sui venti cicli, coperto di fuliggine e chiaramente scosso, rannicchiato in un angolo dei resti dell’abitazione.

Tentando di farlo rinsavire, Rongo gli chiese: “Cos’è successo al villaggio? Cosa ha provocato tutto questo?”

Danjuro era quasi arrivato davanti al cancello del villaggio, e lascio a cadere a terra il diario che aveva così minuziosamente compilato nell’ultimo ciclo, non gli sarebbe più servito.

Le guardie appostate vicino alle torce lo sentirono arrivare, e quando si voltarono notarono subito che qualcosa non andava in lui, riuscivano chiaramente a vedere i suoi occhi attraverso il buio, rilucevano come due piccole fiammelle e le escrescenze in fronte e sulle sopracciglia, tipiche dei Natus, pulsavano di una luce rossastra.

Una delle guardie provò a parlargli in tono amichevole, seppur preoccupato, per capire cosa succedeva: “Ehi Danjuro! Cosa ci fai qui durante la notte? Lo sai che, insomma, il Nenpai ha detto non ti dovresti avvicinare così tanto al Kuni a meno che non ci sia qualcosa di molto grave.”

Non fece quasi in tempo a concludere la frase che il braccio destro di Danjuro prese fuoco, una fiamma potentissima lo avvolse, ma questo non sembrava turbarlo.

Pronunciò le ultime parole che quelle sfortunate guardie avrebbero sentito nella loro vita mentre con la mano infuocata iniziava a tracciare qualcosa nell’aria di fronte a lui :

“Mengatasi del Fiume. Riduci l’intero creato in cenere ardente …”

Locanda di Mezzavia Hiragi, tra Shenzhou e Koraka – Ciclo 1345, quinto mese

Hiragi.
Potresti innamorarti perdutamente di Hiragi, la Kuni più pericolosa di tutta Shenzhou, e l’unica in cui vi sono presenti sia Natus che Furenter, popoli così diversi e così complementari… Ero tra quelli che contribuirono a erigere la Locanda di Mezzavia dieci Cicli fa, per permettere a tutti i Popoli di incontrarsi e commerciare, ovviamente!

Passeggiando per le sue stradine acciottolate, spazzate dal vento e da granelli di sabbia di Koraka, un esterno si stupirebbe di vedere tende del deserto, mescolate a quelle sgargianti delle costruzioni del popolo Perifero contadino per eccellenza. Eppure, qui, funziona.

Nel vento si mescolano gli odori del Koe alla menta e del Mitsu, con quel forte profumo di cannella; è quasi il tramonto, e i primi fuochi si accendono tremolanti, riscaldando gli animi e donando coraggio a molti. Coloro che sono più bravi ad usare le armi sono pronti a fare il primo turno di guardia, qui ad Hiragi funziona così, lo abbiamo imparato a nostre spese nel corso dei Cicli.

Io mi dirigo verso la mia fucina, il fuoco è ormai ridotto a brace, lo riaccenderò domani mattina; è giunto il momento che porga i miei omaggi a Tsuki e Rao, presso il Tera che ho costruito subito, appena mi trasferii qui.

“Dama bianca e Uomo di Luce, proteggete ancora una volta la mia famiglia e questa comunità dai pericoli della notte, dagli ululati dei Picchi; Madre Natura, a te porgo questi doni, che sono frutto della tua terra. La luce vince sull’oscurità”

Dopo l’invocazione volgo il mio sguardo corrucciato verso la recinzione esterna, in ascolto… oltre il vento, non odo il tanto sperato scalpiccio che comunica il rientro degli esploratori. Sono preoccupato, e contro tutte le mie abitudini prendo la lanterna appesa al cornicione esterno della mia fucina, dirigendomi verso le guardie che controllano l’ingresso della Kuni. Mi guardano, fanno un cenno negativo, ma rimango.

La luna sorge, ormai. La speranza si va affievolendo e già una lacrima mi inumidisce gli occhi.

Quand’ecco, delle voci concitate, rumori di passi che si avvicinano di corsa ed un gruppo di giovani Furenter, donne e uomini, si apprestano di gran carriera; molti sono feriti, alcuni gravemente. Vengono portati subito dai Pranoterapeuti, qualcuno tampona le ferite e le lava… il loro Upoko che li guidava mi dice che devo seguirlo, subito, con alcuni dei migliori armati. C’è qualcosa che devo vedere, in quanto Druida.

Deglutisco, mentre un sottile rivolo di sudore freddo disegna la mia tempia destra… sbianco, per quanto possibile, le mani mi tremano appena, ma annuisco. Prendo il mio fedele martello e assieme a qualche coraggioso Furenter ci dirigiamo dove Amiri ci conduce. Non ci mettiamo molto, e nel tragitto mi spiega brevemente che hanno avuto problemi solo nell’ultimo tratto dell’esplorazione…

Trasalisco. C’è un’enorme quantità di sangue, un cerbiatto completamente smembrato al centro, e pezzi di stoffa colorata che evidentemente apparteneva agli esploratori… Amiri subito mi indica la corteccia di un albero, ma prima che lo faccia, io già sento come pizzicare la pelle delle braccia.

Guardo i simboli, protetto da un paio di guardie, e faccio subito segno di rientrare. Nessuno, nessuno deve restare qui per un altro istante.

Gea lo sta comunicando chiaramente: Creatura, pericolo.

Maktaba – Ciclo 1345, settimo mese

L’alba stava ormai iniziando nel cielo sopra Maktaba, nuvole che lasciavano spazio ai primi deboli raggi del sole dopo una notte di pioggia battente; cominciava un nuovo giorno in  Osman. Chiunque fosse stato lì quella mattina avrebbe potuto ascoltare i molti silenzi che regnavano in quel piccolo angolo di foresta.

Il primo e più ovvio era una quiete vuota e assordante.
Non c’era il vento fresco consueto dopo una tempesta, che avrebbe fatto frusciare le foglie degli alberi o scricchiolare i loro rami.
Non c’erano i cinguettii degli uccelli, che si destavano alla prima luce e, salutando il giorno, andavano a cercare il cibo per i loro piccoli, né lo zampettare degli scoiattoli che uscivano dalle loro tane.

C’era il silenzio di due fratelli, che camminavano nel sottobosco sicuri con passo felpato, addestrati da anni di esperienza come Savasci; i due Tanri a forma di tigre ciondolavano sui loro colli.

In quella flebile luce mattutina il loro compito non sarebbe stato di addestrare i giovani Muntakh appena arrivati dai villaggi. Il dolce profumo della foresta bagnata riempiva le loro narici mentre il più minuto dei due passava le dita sulla corteccia di un albero vicino, incisa da quattro segni paralleli grossi quanto due delle loro dita. Avvicinò al volto quello che aveva trovato rimasto incastrato in quei segni, non gli servì nemmeno vedere i lunghi peli grigi perchè d’istinto le mani estrassero i lunghi pugnali da sotto le vesti, nemmeno un fruscio invase la foresta.

I Ganghlia dell’altro fratello lo stavano già avvertendo che erano vicini,  il possente braccio, ricoperto di infinite cicatrici ma la cui pelle sembrava dura come la roccia, prese il bastone che teneva legato dietro la schiena, tendendo ogni muscolo del corpo.

Il terzo silenzio era il più difficile da notare:
ascoltando a lungo si sarebbe potuto iniziare a sentirlo nel lento e profondo respiro della creatura distesa nel sottobosco. Era nelle orecchie appuntite e pelose che erano ritte sulla testa, rivolte verso i fratelli. Era nello stomaco pieno e nel sangue fresco che ancora gocciolava dalle sue fauci. Era nei lenti movimenti che la portarono su due zampe, il pelo irto pronto a scattare. Ed era nei luminosi e grandi occhi gialli che guardavano i due fratelli avvicinarsi, felici di avere un’ultima caccia prima del meritato riposo, inconsapevole di essere lui stesso preda in quell’alba.

Nei rami più alti, una foglia cedette sotto il peso della rugiada mattutina, e dopo interminabili istanti, quando la goccia cadde a terra, tutti i silenzi vennero meno.

Kuni di Namioko, Shenzhou – Ciclo 1345, primo giorno del quarto mese

“Ragazzi, sono andati tutti a riposare, facciamo meno baccano, dai! Perché non riesco a rialzarmi?
 
Le fiaccole illuminano la piazza del piccolo Kuni di Namioko, mentre quattro attempati Natus ridono sommessamente ed uno di loro prende parola:
“Perchè hai assaggiato troppo Mitsu, caro Naoto, e pur essendo il più giovane tra noi, sei quello più deboluccio!”
 
Il giovane non riesce a sollevarsi, goffamente si siede e le sue ossa producono rumori preoccupanti:
“Akira, non sei veramente simpatico e poi il tuo Mitsu sapeva solo di zenzero! Ahia, che dolori…”
 
Akira spalanca gli occhi e guarda Naoto con una espressione di scherno e incredulità,mentre il giovane si alza in piedi:
“Almeno il mio aveva una parvenza di gusto, non voglio sapere dove hai prese quell’uva, sapeva di piedi! Capisco provare a farlo bianco, ma secondo me ti sei decisamente montato la testa e l’hai fatta fuori dal vaso! Tutti noi la pensiamo così, vero?
 
Gli altri Natus annuiscono e sorridono, mentre il più robusto di loro si avvicina a Naoto e gli mette la mano sinistra sulla spalla destra:
“Lo sai ragazzo che sei stato il peggiore nello Shori Mitsu, ed io ho vinto. Di nuovo. Che strano eh? Il segreto è usare il giusto quantitativo di cannella e miele che sia di qualità, non quella brodaglia smorta che usi tu!
 
“Va bene Kuma, hai ragione eh, è stata una stagione difficile per me ma non farò quello che mi avete detto di fare. Non questa penitenza dai, non è uno scherzo..”
 
Anche Akira si avvicina a Naoto e lo fissa dritto negli occhi:
“Ma suvvia, mancheranno due, forse tre ore all’alba, non ti chiediamo nulla di così difficile. Anzi dai, tieni questa boccetta di Ramu per scaldarti, e…Kuma potrebbe prestarti la sua pesante giubba di Vix per proteggerti di più dai pericoli!
 
Kuma riprende a parlare:
“Ragazzo, devi soltanto vegliare per qualche ora l’albero sacro, non capisco tutta questa paura, dai!”
 
Naoto si allontana dagli altri di un metro e sembra molto nervoso:
“Nessun problema a stare seduto sotto l’Eien No Enkai, ma sapete benissimo che è posizionato fuori di diversi metri dalle palizzate di legno del villaggio! E poi…la luna si vede solo per metà e mi fa paura…fa freddo e, sentite? Sono ululati questi, chiaramente!”
 
Akira si avvicina a Naoto sorridendo in modo rassicurante:
“Io non sento nulla ragazzo, devi stare tranquillo. Noi veglieremo su di te da dentro. Hai perso la gara del Mitsu e paghi penitenza, come sempre.”
 
Naoto guarda i suoi amici con fare rassegnato e sospira, pesantemente:
“Che Madre Natura mi protegga, anche questa volta!”

Lago Oulu, Aeland – Ciclo 1345, quarto mese.

Sulle sponde del lago Oulu c’è un punto in cui il Saimaa si getta a cascata nelle placide acque blu cielo. Se ci immergi le mani e bevi, in quel gelido e puro istante puoi sentire il cuore delle montagne, le asperità e la bellezza dell’Aeland che schiarisce lo spirito. C’era voluta quasi tutta la giornata per percorrere il ripido sentiero da Pyhakko e Erik della grotta Tuuli si rinfrescò dopo lo sforzo.

Percorse agilmente l’ultimo tratto e si fermò ad ammirare la tenue luce del pomeriggio che tramontava sui picchi.

“…È il crepuscolo, il momento in cui non è né giorno né notte, quando il mondo sembra sfumare e si può travalicare.. il confine. Si può vedere.”

Nell’insenatura di roccia vicino alla cascata c’era un’apertura. Davanti all’entrata, un Haku. Uno snodo del Sentiero. Come lo era per Erik quella notte.

Le erbe bruciavano lentamente sul fuoco diffondendo un fumo denso e dolciastro. La testa cominciò a girare mentre le palpebre si facevano sempre più pesanti.. sembrava quasi di sentire il suono di un Sanpo in lontananza. Ricordava quella melodia un po’ malinconica, era quella che suonava sempre il nonno nelle sere attorno al fuoco, per farlo addormentare.

Dormi, Erik, piccolo scalatore. Stanotte ti proteggo io dagli Iku. Sul fondo del lago c’è una pietra speciale, è un dono di grande conoscenza. Portala al vecchio Ossman e avrai superato la prova..”

Il giorno seguente all’alba, all’Ytheisö lo aspettava l’anziano Paavi.

“Cosa hai imparato?”

“Che la conoscenza è preziosa, ma la vita lo è di più. Voglio imparare lentamente con le mie forze. Un passo alla volta, con prudenza, per arrivare alla cima, saggio Ossman”.

Il vecchio rimase impassibile per un istante, poi l’espressione si distese in un sorriso di approvazione.

La notte seguente Erik sognò di nuovo nonno Gunnar: “Ti ho cresciuto saggio, piccolo scalatore. Non ho mai dubitato di te. Buona fortuna, io veglierò sempre sul tuo cammino.”

Fìr – Ciclo 1345, primo mese

Mentre Jonas, il mio fedele Kottur, mi osserva dubbioso e sonnolento, steso al mio fianco, io attendo insieme alla mia gente l’arrivo dell’aurora.

Si apre così il primo giorno del ciclo 1345, nella Chinnidh in cui vivo, da tutti chiamata Fir. I gufi riposano silenti e la luna si è nascosta dalla nostra vista.

Ho sonno ma non posso dormire ora. I miei genitori mi scrutano alla ricerca di un minimo cedimento, e questa volta, non voglio dare loro soddisfazione. Sono un adulto, oramai. Fiero e consapevole di chi siamo e cosa rappresentiamo.

Il caro nonno Angus spesso mi ha raccontato che il nonno di suo nonno ebbe l’onore di poter incontrare un Lysgennad di Gea, e di quanto questo antico patto conti per il nostro popolo. Noi siamo guardiani e difensori, e ridiamo delle nostre paure, per renderle deboli e seguire il Principio dell’Umiltà; ciò che si rifiuta d’accettare, continuerà nonostante il rifiuto. Inutile negare quello che esiste e si pone come nemico e pericolo.

Mentre troppi pensieri affollano la mia mente, Oona sorride e mi dona un Arymean che assaggio subito; osservo i suoi capelli lisci che vorrei accarezzare e intanto mi complimento per la bontà del biscotto che lei stessa ha cucinato per me. Forse potrebbe essere la compagna giusta per tutta la nostra vita, forse sarebbe bello arrivare insieme a lei fino al giorno del Dealandhé, e con lei ricominciare un nuovo percorso, sempre uniti e complementari.

In quel momento lo zio Flynn mi passa una fiaschetta e ammicca con il suo consueto sorriso di sfida. Dò una lunga sorsata del suo Sàk fatto in casa e mi sento meglio, anche se leggermente stordito. Cerco di restituire la bevanda ma le ginocchia mi tremano e prima che lo zio cominci a prendermi in giro, entrambi incrociamo lo sguardo di Enya, la Dorcha Ceann, che con severa dolcezza, ci riporta ad uno stato di silenzio e contemplazione.

In mezzo a noi ora si staglia la figura alta ed elegante di Nimoy, il Liath anziano, che, senza indugio prende parola:

“Queste parole sono nate dalla mente e dal cuore del nostro fratello Malcolm e noi Liath abbiamo deciso di premiarle, salutando così l’avvento della nuova Mo’Lagh. Così concludiamo tutti insieme la nostra celebrazione.

Non domandare mai
quando si chiuderà la tua
vita, la mia vita.
Non superare i confini delle stelle:
male è sapere, amata Aleena.
Meglio accettare quello che verrà,
gli altri inverni che Gea donerà
o se è l’ultimo, questo
che stanca il lago Sconfinato
e le pietre di pomice leggera.
Ma sii saggia:  filtra sàk
e recidi la speranza lontana,
perché breve è il nostro cammino.
Ora, mentre si parla,
il tempo è già in fuga,
come se ci odiasse!
Così cogli l’attimo,
non credere al domani.”

KORAKA  – Ciclo 1345, ottavo mese

Il deserto è spazzato dal vento. La sabbia si agita in vortici rabbiosi e si intrufola nei vestiti, ferendo quasi la pelle. Il sole, Ra, è velato e insieme accecante, scotta le rocce e arroventa il respiro. Non perdona mai il minimo sforzo, rendendo ogni passo in Koraka una scommessa sul ritorno. Eppure.. è questa la loro terra.

Carica di urla di battaglia, di sudore e sangue, di onore e sfida.

L’eterno scontro per la supremazia diventa una lotta per la sopravvivenza, ma racchiude in sé molto di più: solo i più forti, i più tenaci, i più abili sono degni di essere chiamati fratelli e sorelle, in una parola: meritevoli di essere… Furenter. Forgiati dal calore del sole, dal freddo repentino della luna. Solo questo conta: la tribù. L’onore.

Se un’aquila tornasse a solcare i cieli sopra il deserto, vedrebbe un grande gruppo di tende intorno ad un’oasi, una minuscola chiazza di verde rigoglioso e di acqua in una landa desolata. Donne e uomini vestiti di giallo e oro, con il vessillo del leone di Tane torreggiante sulle loro teste, festeggiano una vittoria su una tribù minore: i pononga vengono tatuati e liberati, spogliati dei colori degli sconfitti e vestiti con le nuove stoffe. Dietro alcuni kilometri di dune, le Aquile di Pouakai tracciano cerchi sulla sabbia per le lotte e intonano canti di sfida, guardando le guerriere più valorose misurare la loro destrezza.

Cala la notte, e Marama sorge maestosa nel cielo.

Gli Scorpioni di Arahuta sono in consiglio di guerra. Valutano con metodica attenzione i loro prossimi spostamenti, perchè sanno che da essi dipenderà la sopravvivenza della tribù, ed è ciò che più conta.

Le Serpi delle sabbie di Whiro temono ed insieme venerano la notte. Si stringono attorno al fuoco, ma aguzzano gli occhi verso le stelle e riposano, preparandosi allo scontro imminente.

Molte altre tribù, un unico popolo, presto si ritroveranno tutti a Wahi Tapu, per celebrare con onore l’eterna lotta il Wa Pakanga sotto i cieli di Koraka, e per onorare Ra e Marama, coloro che soli osarono sfidare i propri Creatori, e vinsero. Ne pagano ancora il pegno i loro figli, in quel deserto che chiamano casa. Ma è il prezzo per l’onore e la libertà, e non chiedono altro.